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Anticorpi

Scaduti i tempi supplementari arrivano i rigori: Neuer e Buffon si sono già tuffati a destra e a sinistra – la loro abilità e l’avventatezza dei tiratori fanno esaurire la cinquina senza un verdetto definitivo. Si va a oltranza. Adesso è il turno del calciatore tedesco con la maglia numero 17. Jérôme Agyenim Boateng (Berlino Ovest, 1988) si sistema il pallone sul dischetto e, mentre indietreggia, qualcuno fuori dallo schermo, defilato, seduto qualche posto più in là, comincia a ululare un coro sgraziato simile al verso delle scimmie. Scende il silenzio, per un attimo si sentono solo tante “u” sguaiate una di fila all’altra. In molti si distraggono e non guardano più la partita bensì la fonte di quel rumore, perché di disturbo si tratta. Boateng prende la rincorsa, Buffon affonda i tacchetti – per un piede che sceglie un angolo, due ginocchia gli lanciano sguardi furtivi, un corpo proteso e mani leste che non bastano. È gol. Intanto il figlio dei lupi è stato ammonito con gli sguardi, qualcuno gli si avvicina, altri vorrebbero un cartellino rosso, ma c’è la partita, altri rigori – vorremmo solo che capisse – ma lui continua a ringhiare, cambia posto, gira su sé stesso, si dimena tra il vento, senza direzione: la metamorfosi è completa ma non è contagiosa. Non fa proseliti, il suo coro resta un assolo, la partita finisce: hanno vinto gli anticorpi.

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