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La “via crucis” del ferro vecchio

Quelli della “raccolta ferro vecchio” – che adesso riparano anche “ombrelli, fornelli e coltelli da prosciutto” (perché l’arrotino che “toglie il fumo dalla cucina” non ce l’ho più) – non si fermano col furgoncino: passano e sfilano con la loro cantilena. E poi, che fine fanno? Almeno prevedessero delle stazioni di sosta lungo un itinerario prestabilito – a mo’ di via crucis – così uno saprebbe dove trovarli; altrimenti come si fa a contattarli? Non c’è un telefono, un sito internet… Io ad esempio vorrei sapere quanto mi costerebbe riparare un ombrello – il manico è buono, sta bene, ci sarebbe solo una stecca da sostituire – “ma no, fai prima a comprarlo nuo…” vabbè ce vojo prova’, me vojo impiccia’, vojo vede’, sape’, senti’ che me dice – . Ma uno che deve fare? Si prepara in tuta da ginnastica, in assetto da bungee jumping, e appena sente l’annuncio del megafono si lancia dal balcone?

E non voglio l’ombrellaio del negozio, voglio proprio fermare il furgone – “faresti comunque prima a comprarne uno nuovo, e risparmieresti pure!” Aridaje.

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Geometria di periferia

C’era un gioco per bambini – anzi lo producono ancora – in cui si doveva mettere una forma dentro un’altra corrispondente: il cerchio nel cerchio, il quadrato nel quadrato e così via.

Oggi ne esistono persino delle varianti con la frutta, le automobili o gli animali, ma il principio logico resta sempre lo stesso: se la forma non c’entra bisogna cambiarla, sceglierne un’altra. Il puzzle ad incastri non bara e non si può ingannare, è un sistema che non si può forzare, ci si deve adattare.

Eppure qualcuno quel gioco non deve averlo provato, o forse non l’ha capito; tuttavia è cresciuto con quella lacuna, è diventato grande, è arrivato davanti al bidone della spazzatura e l’ha ostruito con un secchio giallo. Avrà pensato “Questa la so: il cerchio nel cerchio! È facile!” Sì, ma ridurre l’ingombro era il passo successivo, la prova del nove, più per meno uguale meno, una formula che ricordi e non sai nemmeno perché.

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Roma (Centocelle). Un secchio di plastica incastrato nel foro del bidone per la raccolta della plastica e del metallo.

 

 

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Anticorpi

Scaduti i tempi supplementari arrivano i rigori: Neuer e Buffon si sono già tuffati a destra e a sinistra – la loro abilità e l’avventatezza dei tiratori fanno esaurire la cinquina senza un verdetto definitivo. Si va a oltranza. Adesso è il turno del calciatore tedesco con la maglia numero 17. Jérôme Agyenim Boateng (Berlino Ovest, 1988) si sistema il pallone sul dischetto e, mentre indietreggia, qualcuno fuori dallo schermo, defilato, seduto qualche posto più in là, comincia a ululare un coro sgraziato simile al verso delle scimmie. Scende il silenzio, per un attimo si sentono solo tante “u” sguaiate una di fila all’altra. In molti si distraggono e non guardano più la partita bensì la fonte di quel rumore, perché di disturbo si tratta. Boateng prende la rincorsa, Buffon affonda i tacchetti – per un piede che sceglie un angolo, due ginocchia gli lanciano sguardi furtivi, un corpo proteso e mani leste che non bastano. È gol. Intanto il figlio dei lupi è stato ammonito con gli sguardi, qualcuno gli si avvicina, altri vorrebbero un cartellino rosso, ma c’è la partita, altri rigori – vorremmo solo che capisse – ma lui continua a ringhiare, cambia posto, gira su sé stesso, si dimena tra il vento, senza direzione: la metamorfosi è completa ma non è contagiosa. Non fa proseliti, il suo coro resta un assolo, la partita finisce: hanno vinto gli anticorpi.

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L’ultimo tramonto di giugno 

Volevo fotografare l’ultimo tramonto di un mese che è corso via come il vento.

Semaforo rosso per chi svolta a destra, verde per chi prosegue verso Torpignattara. Abbasso il finestrino, applicazione fotocamera, scatto; scatta anche il verde per noi che entriamo a Centocelle; non c’è tempo per farne un’altra o per vedere com’è venuta l’unica. Arrivo sotto casa: giro, rigiro, “mi fanno i fari” – gli impazienti – freccia a destra – così sfilano – «qui no, qui è lontano», mi rassegno a un parcheggio al millimetro. Spengo il motore, esco dall’auto come fossi in un autobus a Monti Tiburtini – pieno e rassegnato nel traffico – respiro aria, anzi è arietta, quella della sera. Mi ricordo della foto: è proprio giugno.

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Un pomeriggio di maggio al poliambulatorio

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– Allora, per il diabetologo: Diafettoni? Diafettoni c’è?
– Come? Govoloni?
– No, Diafettoni. Diafettoni? – silenzio – Govoloni?
– Govoloni? Eccomi! Vengo di corsa!
– No, di corsa no signora ché l’ortopedico poi ci serve…
– Ah c’è l’ortopedico oggi? Non c’è qui il diabeto…
– Ma no, era una battuta – risatine sotto le dentiere -.

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Guasto alla metro B – una storia di ordinaria periferia –

Potrei raccontarvi che stasera la metro B a un certo punto si è fermata, piantando in asso i viaggiatori alla fermata Quintiliani.

– Come?
– Quintiliani.
– Dove?
– A Quintiliani.
– E come ce s’ariva?
– Sicuramente con la metro B, ma non c’ero mai sceso prima d’oggi.

Ma non è per questo che scrivo, né per prendermela col gestore, o col sindaco – che poi non ce l’abbiamo, e nemmeno c’entrerebbe.

– E quindi?
– E niente, arrivo a Centocelle e trovo questo esemplare di lumaca sulla fiancata di un’auto parcheggiata. Zitta, zitta, sembra nel pieno di un sorpasso, o di un testacoda – visto che va dalla parte opposta. Un esempio perfetto di resilienza: piove, la metro si ferma, e lei lì, s’arrampica, se la fa a piedi – da sola – e non fiata una parola.

A casa poi ce so’ arivato, ma si n’era pe’ mi’ madre stavo ancora a Monti Tiburtini a cerca’ Maria pe’ Roma.

Andrea, una storia di periferia – adesso ceno (amen).

Roma (Centocelle). Una chiocciola trasporta la sua conchiglia sulla fiancata di un'auto parcheggiata , noncurante dell'acquazzone che sta mettendo in ginocchio Roma.

Roma (Centocelle). Una chiocciola trasporta la sua conchiglia sulla fiancata di un’auto parcheggiata, noncurante dell’acquazzone che sta mettendo in ginocchio Roma.

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