Anticorpi

Scaduti i tempi supplementari arrivano i rigori: Neuer e Buffon si sono già tuffati a destra e a sinistra – la loro abilità e l’avventatezza dei tiratori fanno esaurire la cinquina senza un verdetto definitivo. Si va a oltranza. Adesso è il turno del calciatore tedesco con la maglia numero 17. Jérôme Agyenim Boateng (Berlino Ovest, 1988) si sistema il pallone sul dischetto e, mentre indietreggia, qualcuno fuori dallo schermo, defilato, seduto qualche posto più in là, comincia a ululare un coro sgraziato simile al verso delle scimmie. Scende il silenzio, per un attimo si sentono solo tante “u” sguaiate una di fila all’altra. In molti si distraggono e non guardano più la partita bensì la fonte di quel rumore, perché di disturbo si tratta. Boateng prende la rincorsa, Buffon affonda i tacchetti – per un piede che sceglie un angolo, due ginocchia gli lanciano sguardi furtivi, un corpo proteso e mani leste che non bastano. È gol. Intanto il figlio dei lupi è stato ammonito con gli sguardi, qualcuno gli si avvicina, altri vorrebbero un cartellino rosso, ma c’è la partita, altri rigori – vorremmo solo che capisse – ma lui continua a ringhiare, cambia posto, gira su sé stesso, si dimena tra il vento, senza direzione: la metamorfosi è completa ma non è contagiosa. Non fa proseliti, il suo coro resta un assolo, la partita finisce: hanno vinto gli anticorpi.

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L’ultimo tramonto di giugno 

Volevo fotografare l’ultimo tramonto di un mese che è corso via come il vento.

Semaforo rosso per chi svolta a destra, verde per chi prosegue verso Torpignattara. Abbasso il finestrino, applicazione fotocamera, scatto; scatta anche il verde per noi che entriamo a Centocelle; non c’è tempo per farne un’altra o per vedere com’è venuta l’unica. Arrivo sotto casa: giro, rigiro, “mi fanno i fari” – gli impazienti – freccia a destra – così sfilano – «qui no, qui è lontano», mi rassegno a un parcheggio al millimetro. Spengo il motore, esco dall’auto come fossi in un autobus a Monti Tiburtini – pieno e rassegnato nel traffico – respiro aria, anzi è arietta, quella della sera. Mi ricordo della foto: è proprio giugno.

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Un pomeriggio di maggio al poliambulatorio

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– Allora, per il diabetologo: Diafettoni? Diafettoni c’è?
– Come? Govoloni?
– No, Diafettoni. Diafettoni? – silenzio – Govoloni?
– Govoloni? Eccomi! Vengo di corsa!
– No, di corsa no signora ché l’ortopedico poi ci serve…
– Ah c’è l’ortopedico oggi? Non c’è qui il diabeto…
– Ma no, era una battuta – risatine sotto le dentiere -.

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Tutti gli autobus partono a Roma

Il primo è fuori servizio, il secondo (in coda) va al deposito, il terzo che è appena arrivato dice che non tocca a lui bensì al primo, che nel frattempo è guarito e parte. Il Verano è la tomba di tante cose.

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Guasto alla metro B – una storia di ordinaria periferia –

Potrei raccontarvi che stasera la metro B a un certo punto si è fermata, piantando in asso i viaggiatori alla fermata Quintiliani.

– Come?
– Quintiliani.
– Dove?
– A Quintiliani.
– E come ce s’ariva?
– Sicuramente con la metro B, ma non c’ero mai sceso prima d’oggi.

Ma non è per questo che scrivo, né per prendermela col gestore, o col sindaco – che poi non ce l’abbiamo, e nemmeno c’entrerebbe.

– E quindi?
– E niente, arrivo a Centocelle e trovo questo esemplare di lumaca sulla fiancata di un’auto parcheggiata. Zitta, zitta, sembra nel pieno di un sorpasso, o di un testacoda – visto che va dalla parte opposta. Un esempio perfetto di resilienza: piove, la metro si ferma, e lei lì, s’arrampica, se la fa a piedi – da sola – e non fiata una parola.

A casa poi ce so’ arivato, ma si n’era pe’ mi’ madre stavo ancora a Monti Tiburtini a cerca’ Maria pe’ Roma.

Andrea, una storia di periferia – adesso ceno (amen).

Roma (Centocelle). Una chiocciola trasporta la sua conchiglia sulla fiancata di un'auto parcheggiata , noncurante dell'acquazzone che sta mettendo in ginocchio Roma.

Roma (Centocelle). Una chiocciola trasporta la sua conchiglia sulla fiancata di un’auto parcheggiata, noncurante dell’acquazzone che sta mettendo in ginocchio Roma.

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Le parole italiane suonano meglio

Il sito BuzzFeed ha stilato un elenco di sedici parole e frasi che suonano meglio in italiano piuttosto che in inglese. Ho provato a metterle insieme, senza rifuggire da accostamenti forzati, e il risultato è stato questo:

Un pantofolaio meriggia in uno struggimento rocambolesco:

Basta dietrologia e menefreghismo mozzafiato!

Magari trasecola per il qualunquismo di una gattara che sputa il rospo, e getta la spugna, sul culaccino dell’ apericena.

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