L’ultimo tramonto di giugno 

Volevo fotografare l’ultimo tramonto di un mese che è corso via come il vento.

Semaforo rosso per chi svolta a destra, verde per chi prosegue verso Torpignattara. Abbasso il finestrino, applicazione fotocamera, scatto; scatta anche il verde per noi che entriamo a Centocelle; non c’è tempo per farne un’altra o per vedere com’è venuta l’unica. Arrivo sotto casa: giro, rigiro, “mi fanno i fari” – gli impazienti – freccia a destra – così sfilano – «qui no, qui è lontano», mi rassegno a un parcheggio al millimetro. Spengo il motore, esco dall’auto come fossi in un autobus a Monti Tiburtini – pieno e rassegnato nel traffico – respiro aria, anzi è arietta, quella della sera. Mi ricordo della foto: è proprio giugno.

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Un pomeriggio di maggio al poliambulatorio

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– Allora, per il diabetologo: Diafettoni? Diafettoni c’è?
– Come? Govoloni?
– No, Diafettoni. Diafettoni? – silenzio – Govoloni?
– Govoloni? Eccomi! Vengo di corsa!
– No, di corsa no signora ché l’ortopedico poi ci serve…
– Ah c’è l’ortopedico oggi? Non c’è qui il diabeto…
– Ma no, era una battuta – risatine sotto le dentiere -.

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Tutti gli autobus partono a Roma

Il primo è fuori servizio, il secondo (in coda) va al deposito, il terzo che è appena arrivato dice che non tocca a lui bensì al primo, che nel frattempo è guarito e parte. Il Verano è la tomba di tante cose.

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Guasto alla metro B – una storia di ordinaria periferia –

Potrei raccontarvi che stasera la metro B a un certo punto si è fermata, piantando in asso i viaggiatori alla fermata Quintiliani.

– Come?
– Quintiliani.
– Dove?
– A Quintiliani.
– E come ce s’ariva?
– Sicuramente con la metro B, ma non c’ero mai sceso prima d’oggi.

Ma non è per questo che scrivo, né per prendermela col gestore, o col sindaco – che poi non ce l’abbiamo, e nemmeno c’entrerebbe.

– E quindi?
– E niente, arrivo a Centocelle e trovo questo esemplare di lumaca sulla fiancata di un’auto parcheggiata. Zitta, zitta, sembra nel pieno di un sorpasso, o di un testacoda – visto che va dalla parte opposta. Un esempio perfetto di resilienza: piove, la metro si ferma, e lei lì, s’arrampica, se la fa a piedi – da sola – e non fiata una parola.

A casa poi ce so’ arivato, ma si n’era pe’ mi’ madre stavo ancora a Monti Tiburtini a cerca’ Maria pe’ Roma.

Andrea, una storia di periferia – adesso ceno (amen).

Roma (Centocelle). Una chiocciola trasporta la sua conchiglia sulla fiancata di un'auto parcheggiata , noncurante dell'acquazzone che sta mettendo in ginocchio Roma.

Roma (Centocelle). Una chiocciola trasporta la sua conchiglia sulla fiancata di un’auto parcheggiata, noncurante dell’acquazzone che sta mettendo in ginocchio Roma.

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Le parole italiane suonano meglio

Il sito BuzzFeed ha stilato un elenco di sedici parole e frasi che suonano meglio in italiano piuttosto che in inglese. Ho provato a metterle insieme, senza rifuggire da accostamenti forzati, e il risultato è stato questo:

Un pantofolaio meriggia in uno struggimento rocambolesco:

Basta dietrologia e menefreghismo mozzafiato!

Magari trasecola per il qualunquismo di una gattara che sputa il rospo, e getta la spugna, sul culaccino dell’ apericena.

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