Scienza e ricerca

La scienza è di tutti

Alessia Ciarrocchi, Biologa molecolare.
Alessia Ciarrocchi – Biologa molecolare

Roma – La scienza è democratica? Alessia Ciarrocchi, Biologa molecolare, risponde al «quesito insolito ma per niente scontato» in meno di sei minuti. Lo fa in diretta televisiva, sul palco di Propaganda Live, il programma condotto da Diego Bianchi su La7. Il suo discorso ripercorre i tratti salienti del suo intervento al TEDxReggioEmilia dello scorso 20 ottobre.

La biologa esordisce con la percezione ondivaga che la gente comune ha nei confronti della scienza e della ricerca, a seconda che si vivano tempi di prosperità o di emergenza. La frustrazione causata negli scienziati dall’essere considerati prima come «quelli delle lobby e dei vaccini», e appena dopo «l’ultima speranza dell’umanità», ha portato la comunità scientifica a dividersi nel considerare la scienza come una disciplina rappresentativa dei valori democratici. Quindi, la scienza è appannaggio degli addetti ai lavori che se ne occupano o ci riguarda tutti? Per la Biologa molecolare Ciarrocchi non ci sono dubbi, la risposta è sì: la scienza e la ricerca incarnano i valori democratici per una serie di motivi. Ne illustra mirabilmente cinque.

Inclusività. «Primo, perché la scienza è di tutti. La scienza opera sempre per tutte le persone, a prescindere da qualsiasi distinzione di attitudine, classe, sesso, razza, opinione politica e religione».

Trasparenza. «Due, perché la scienza è trasparente e quindi sottoposta sempre alla valutazione di terzi». Una commissione di pari che valuta e giudica un articolo prima della sua pubblicazione garantisce il rigore scientifico, e tutela l’onestà intellettuale di tutta la comunità scientifica.

Pluralità. «La scienza è pluralista»: il conseguimento di un risultato è frutto del lavoro di gruppi di persone in cui si armonizzano competenze e conoscenze diverse. Il pluralismo, principio di ogni valore democratico, agevola la ricerca e «tutela la sicurezza e la correttezza del sistema».

Condivisione. «La scienza è condivisa»: ­i risultati sono pubblicati; gli strumenti, le tecnologie e le applicazioni sviluppate nel corso dei progetti sono messe a disposizione della comunità scientifica, affinché aiutino altri a progredire più velocemente nelle loro ricerche. Rendere disponibili e gratuite queste informazioni per l’intera comunità, oltre a espandere la conoscenza verso ogni direzione, ci mette davanti agli occhi «l’unico esempio riuscito di globalizzazione e superamento dei confini nazionali».

Progresso. «La scienza è progressista perché lavora sempre sull’idea di un domani che sia migliore dell’oggi».

Inclusività, trasparenza, pluralità, condivisione, progresso, eccoli i motivi per cui la scienza e la ricerca incarnano i valori democratici. La biologa però ci mette in guardia. Se vogliamo che la scienza e la ricerca siano democratiche è necessario che siano libere «dai condizionamenti di concetto, economici e dalle logiche di profitto». Fare in modo che la scienza e la ricerca siano libere, dunque democratiche, implica che siano pubbliche. L’auspicio finale è rivolto alla comunità. La scienza e la ricerca sono un bene comune, alla stregua dell’ambiente, della giustizia, dell’educazione. La comunità deve farsene carico. Deve investire sulle competenze e sulle professionalità. «Non esiste scienza senza gli scienziati […] e la conoscenza è l’unico strumento che l’uomo ha per superare i propri limiti e vincere le proprie paure».


Nota a margine. Ho deciso di riportare l’intera trascrizione del monologo qui di seguito, spinto dall’idea che condividere queste parole sia doveroso, sempre, ma soprattutto adesso. Tuttavia, se la condivisione costituisse una violazione del copyright segnalatemelo per email e lo rimuoverò. Grazie. andreapalumbo0039@gmail.com


Allora buonasera a tutti, io mi chiamo Alessia Ciarrocchi e di professione cerco risposte perché sono uno scienziato e mi occupo di ricerca scientifica. Forse mai come negli ultimi tempi abbiamo parlato e sentito parlare di scienza e di ricerca. Perché la scienza e la ricerca sono amate e odiate dall’opinione pubblica a seconda delle convenienze e dei punti di vista: per cui se in tempi di pace e di prosperità la scienza e la ricerca sono spesso quelle delle lobby dei farmaci e dei vaccini; in tempi di emergenza e necessità – come quelli che stiamo vivendo – intorno alla scienza e alla ricerca si radunano le persone, come unica e ultima speranza dell’umanità.

La percezione ondivaga del valore del nostro lavoro nella società civile, insieme agli sforzi intensi che ciascuno di noi mette in quello che fa quotidianamente, determina in noi scienziati un senso – credo normale ­– di frustrazione, che possiamo definire in maniera elementare “La sindrome dell’incompreso”. Per cui nell’ultimo decennio per la prima volta dall’Età dei Lumi la comunità scientifica si è posta nei confronti dell’opinione pubblica con un quesito insolito ma per niente scontato: «La scienza è democratica?». Molti dei miei colleghi pensano di no, pensano che la scienza non sia democratica. Perché la scienza che si basa sui fatti e sulle evidenze non può lasciare alcuno spazio all’opinione dei singoli; e perché per fare e dialogare di scienza uno dovrebbe essere formato a farlo. Io invece penso che la scienza e la ricerca scientifica incarnino valori profondamente democratici. E per una serie di buoni motivi:

  • Primo, perché la scienza è di tutti. La scienza opera sempre per tutte le persone, a prescindere da qualsiasi distinzione di attitudine, classe, sesso, razza, opinione politica e religione.
  • Due, perché la scienza è trasparente e quindi sottoposta sempre alla valutazione di terzi. Ogni nostro risultato viene pubblicato, viene reso pubblico, ma prima che un articolo scientifico possa essere pubblicato, deve essere valutato e giudicato da commissioni di pari. Questo chiaramente garantisce il rigore del percorso scientifico, ma dall’altro tutela enormemente anche l’onestà intellettuale di chi la scienza la opera.
  • Tre, la scienza è pluralista. Nessuno scienziato lavora da solo. Ognuno di noi lavora in gruppi, all’interno dei quali al raggiungimento di uno stesso obiettivo concorrono esperienze, capacità, attitudini, competenze diverse. Questa pluralità, che è il fondamento di ciascun valore democratico, da un lato consente al percorso scientifico di muoversi molto più velocemente, ma dall’altro tutela la sicurezza e la correttezza del sistema.
  • Quattro, la scienza è condivisa. Non solo i nostri risultati vengono pubblicati, ma anche qualsiasi strumento, tecnologia, applicazione noi sviluppiamo nel corso di un progetto scientifico viene messo a disposizione della comunità scientifica, perché possa essere usato da altri gruppi di ricerca per progredire più velocemente nel loro lavoro. La condivisione dentro la scienza sta raggiungendo in questi ultimi tempi dimensioni veramente importanti: grazie ad una vera e propria rivoluzione tecnologica noi abbiamo avuto accesso a tecnologie che ci consentono di realizzare profili molecolari e genetici di ciascun individuo ad una grandissima profondità. L’applicazione di queste tecnologie, nell’intero globo, sta di fatto definendo una quantità enorme di informazioni sugli assetti genetico-molecolari di tantissimi stati patologici. Basta pensare a cosa abbiamo imparato sulla genetica dei tumori nel corso degli ultimi anni. Bene, a prescindere da qual è il Paese in cui lo scienziato opera, a prescindere da qual è l’istituto in cui quei dati sono stati generati, siamo tenuti a riversare queste informazioni nel web, in repositori comuni che sono accessibili gratuitamente all’intera comunità scientifica. Definendo – di fatto – una risorsa enorme per l’avanzamento della conoscenza a 360 gradi; ma soprattutto realizzando l’unico esempio riuscito di globalizzazione e superamento dei confini nazionali.
  • Cinque, la scienza è progressista perché lavora sempre sull’idea di un domani che sia migliore dell’oggi.

Per tutti questi motivi, quindi, io penso che la scienza e la ricerca scientifica incarnino valori profondamente democratici. Ma acché la scienza e la ricerca possano continuare ad essere democratiche è necessario che siano libere, perché la scienza progredisce solo lungo il sentiero che è tracciato dalle domande da cui nasce e dai risultati che via via vengono generati. E dentro questo percorso non ci possono essere condizionamenti di concetto, né ci possono essere condizionamenti economici e logiche di profitto. Per cui acché la scienza e la ricerca scientifica possano continuare ad essere libere, e quindi incarnare un valore democratico, è necessario che la scienza e la ricerca siano pubbliche. Perché la scienza – come la Giustizia, l’Ambiente e l’Educazione – è un bene della comunità. E quindi da tutta la comunità deve essere sostenuta. E come si sostiene la ricerca pubblica? Si investe. Si investe sulle competenze, sulla professionalità di chi la scienza la opera, perché non esiste scienza senza gli scienziati.

Dai Tempi della Pietra la ricerca è stato l’unico strumento che l’uomo ha usato per accendere la luce della conoscenza, e la conoscenza è l’unico strumento che l’uomo ha per superare i propri limiti e vincere le proprie paure.

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Periferia e palazzi

L’ultimo tramonto di giugno 

Via Casilina.

Ci tenevo a fotografare l’ultimo tramonto di un mese che è corso via come il vento.

Semaforo rosso per me che svolto a destra; verde per chi prosegue verso Tor Pignattara. Abbasso il finestrino, applicazione fotocamera, scatto; scatta anche il verde per noi che entriamo a Centocelle. Non c’è tempo per farne un’altra o per vedere com’è venuta l’unica scattata. Arrivo sotto casa: giro, rigiro, “mi fanno i fari” – gli impazienti –, freccia a destra così sfilano. «Qui no, qui è lontano», mi rassegno a un parcheggio al millimetro. Spengo il motore, esco dall’auto come fossi in un autobus a Monti Tiburtini – pieno e rassegnato nel traffico – respiro aria, anzi è arietta, quella della sera. Mi ricordo della foto, la guardo: è proprio giugno.

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Un pomeriggio di maggio al poliambulatorio

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Un corridoio.
  • Allora, per il diabetologo: Diafettoni? Diafettoni c’è?
  • Come? Govoloni?
  • No, Diafettoni, Signora. Diafettoni? – silenzio – Govoloni?
  • Govoloni? Eccomi! Vengo di corsa!
  • No, di corsa no Signora ché l’ortopedico poi ci serve…
  • Ah c’è l’ortopedico oggi? Non c’è qui il diabetolo––
  • Ma no, era una battuta! – Risatine sotto le dentiere –.
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Le parole italiane suonano meglio

La definizione di apericena secondo il Nuovo Devoto-Oli, 2017.

Il sito BuzzFeed ha stilato un elenco di sedici parole e frasi che suonano meglio in italiano piuttosto che in inglese.

Se-di-ci mica quattro-cinque.

Ho provato a metterle insieme, senza rifuggire da accostamenti forzati, e il risultato è stato questo:

Un pantofolaio meriggia in uno struggimento rocambolesco:

Basta dietrologia e menefreghismo mozzafiato!

Magari trasecola per il qualunquismo di una gattara che sputa il rospo, e getta la spugna, sul culaccino dell’apericena.

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