Pesa l’attesa

A volte penso che le sale di attesa siano dei set cinematografici allestiti per qualche ricerca sociale:

  • chi telefona e rassicura i familiari – “Ahó, qui è ‘na cosa lunga, n’m’apetta’ pe’ pranzo” (‘Ehi, qui sarà necessario aspettare del tempo, non aspettarmi per il pranzo’);
  • chi parla col vicino appena conosciuto – “Scusi anche lei è qui per…”;
  • chi rompe il silenzio solo per lamentarsi dell’inefficienza del servizio – “Ma te pare possibile? Ma dico io, come si fa?”;
  • chi esce a fumare, come a scuola, appena rientra qualcuno – noto che fumano tutti uno per volta, sarà mica un particolare codice etico dei fumatori? Come cambia la funzione sociale della sigaretta quando si aspetta e quando invece non c’è fretta.

Che poi questo salone è davvero imbarazzante: perché appena arrivi e vai a chiedere informazioni:

  • ti domandano cosa devi fare,
  • tu rispondi,

loro ripetono ad alta voce.

  • Poi ti chiedono il cognome,
  • tu rispondi

e loro lo ripetono ad alta voce.

In pratica manco sei arrivato, che tutti sanno i fatti tuoi e come ti chiami.

Però c’è la riga gialla per la privacy.

Mia madre direbbe che sono polemico e che dovrei semplicemente aspettare. E infatti aspetto, da una parte. Zitto.

La sfilata di chi attende insieme a me vede gente col portatile – ottima idea – e chi incuriosito legge dei regolamenti scritti in arabo e cinese – ammappa (‘wow’), complimenti se li capisci davvero!

Ognuno si è dato un compito: senza che ci fosse richiesto abbiamo cominciato ad occuparci di qualcosa, in totale autonomia.

Io sono stato il pioniere nel capire come funzionassero i distributori automatici. Era evidente che avessimo fame – dopo ore che stavamo lì. Ma il distributore era un mostro a tre ante, con vari ingressi per inserire le monete e ben tre diverse pulsantiere. Insomma, “questo me frega i sordi” (‘questa macchina mi ruba i soldi’) era il sentire comune. Io però avevo così fame, ed ero così impaziente, che la fame, la tigna e una moneta da due euro – sì, me la sono rischiata subito forte – qualcosa me l’hanno fatta rimediare. Dopo di me, un signore si è subito accodato; credo che abbia sbagliato qualcosa, perché dopo la caduta delle monete sono seguite frenetiche digitazioni sui pulsanti, poi il silenzio, una lunga pausa, lo sguardo che ritornava su una fila di prodotti prima scartati, un ripetuto beep elettronico e il tonfo dell’erogazione del prodotto.

Se ne è tornato al suo posto con una mesta bottiglietta di acqua liscia.

È evidente, il minimo che avrebbe voluto prendersi sarà stata una Coca Cola – che dell’acqua è il principale competitor – e si vede che questi sorsi naturali non gli vanno proprio giù. Nel frattempo, la signora accanto a me borbotta fra sé, con tono sommesso ma riconoscibile, che lei sta qui dalle dieci di stamattina. Allora un altro le risponde che lui era persino venuto mercoledì scorso ma che poi era dovuto tornare al lavoro. Eccolo lì, il popolo che si conta e si coalizza: stanno sicuramente meditando una class action. Oppure si studiano, per capire chi avrà la meglio sull’altro alla fine di questa lunga attesa.

Perché il tempo passa, le merendine si scartano, le sigarette fumano, le telefonate si susseguono, i giga di internet si consumano, ma questa attesa dura come i tempi supplementari dei mondiali di calcio.

Attenzione! Un drappello di cinque persone lo spediscono al secondo piano. Tutti!

Chi arriva adesso lo rimandano a casa, “Domani nove dodisci signo’, ma n’ze presenti ae undisci e mezza che sinnò a rimannamo via”, ossia, ‘Passi domani, siamo aperti al pubblico dalle nove alle dodici, mi raccomando però, non si presenti all’ultimo minuto perché se ci fosse molta gente saremmo costretti a mandarla via un’altra volta’.

A me, una volta, per il primo esame di latino mi hanno fatto tornare due volte. SIT SIBI TERRA LEVIS. In amicizia. (Sì, come no).

Proprio adesso urlano il mio cognome e quello della signora accanto, è lei “quella delle dieci” e prontamente ribadisce il suo disappunto per telefono, ma stavolta in dialetto romanesco “Eh, che ne so? Sso qui da’ e diesci de ssammadina! J’amo fatta! Te saluto, se sentimo dopo”, tradotto, ‘Ah, finalmente, cominciavo a domandarmi quando mi avrebbero chiamata – dal momento che – mi sono presentata in questi uffici alle dieci di questa mattina! Ti saluto, a più tardi’.

Ecco, adesso è il turno mio e della signora, che scatta come una gazzella. Distinta, decisa, armata di magrezza e presta molto, non teme l’altezza dei due piani di scale. Io impiego un tempo biblico per mettere via lo smartphone e buttare le carte delle merendine senza glutine. In due ore non ho fatto veramente un cazzo. Mi avvio, richiedo il piano – per sicurezza – mi richiedono il cognome e lo riurlano ad alta voce, ma ormai ci sono solo io, è come una marcia trionfale. Dunque salgo, mi presento – e tre! – mi siedo, sbrigo la pratica e mi congedo.

FINE

La morale di questa storia è che la signora “delle dieci di mattina” – ormai assurta a Giovanna D’Arco di un’Italia che non ne può più di aspettare – mi ha visto andar via prima di lei. C’era un’invidia malcelata sul suo volto, un’aria interrogativa del tipo – “Ma come, proprio io…? E invece lui…” – ma anche un’amorevole indulgenza nei miei confronti, non era certo colpa mia se io avevo finito prima di lei, pur essendo arrivato molto dopo di lei. Sono rimasto umile e mi sono defilato.

Con la coda dell’occhio l’ho vista aggiustarsi sulla sedia, sconfitta, rassegnata ma con rinnovata gentilezza di circostanza per chi la stava servendo al di là della scrivania.

Io dovrò tornare tra venti giorni.

Continua…

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Informazioni su Andrea Palumbo

Insegnante di italiano L2 (teacher of Italian as a Foreign Language)
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