La sentenza dell’Epifania

C’è un proverbio popolare secondo cui la festa dell’Epifania, giorno in cui Cristo si sarebbe manifestato ai Re Magi, è l’ultima del calendario liturgico:

“L’Epifania tutte le feste si porta via”.

Più semplicemente per me da bambino significava che le vacanze di Natale erano finite, sarebbe ricominciata la scuola, e che da lì alla prossima sosta avrei dovuto aspettare fino a Pasqua – chissà quando, e comunque troppo breve rispetto al Natale – tanto valeva rassegnarsi e guardare a giugno.

Poi ho iniziato l’università e il Natale, giugno e agosto divennero i mesi a ridosso degli esami. Ho fatto un passo ulteriore: sono diventato uno studente fuori corso (uno di zona ormai). Quindi «sempre»  è diventato il momento buono per pensare di dare al più presto un esame – lo era anche prima, ma dopo sentivo più insoddisfazione che sollievo.

E va bene, siccome ci sarà sempre una scadenza ed è sano riprendere fiato quando si può, io, che sono ancora fuori corso, ho controllato il calendario di quest’anno e Pasqua ci sarà a metà aprile. È tantissimo tempo!

Roma (Centocelle). L’autobus 450 percorre una via dei castani semi deserta con -2°.

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Il primo dell’anno 

​C’è un proverbio italiano secondo cui fare una cosa il primo gennaio è un auspicio a ripetere quell’azione durante l’anno che è appena iniziato. Va bene con qualunque cosa, sia positiva che negativa: divertirsi, dormire, ma anche arrabbiarsi, dormire male, avere la febbre. Quindi attenzione! La scaramanzia ci porta a vivere nel miglior modo possibile il primo dell’anno. Io ho scelto di preparare una gustosa colazione, proprio per cominciare nel migliore dei modi, e quindi dirò:

«Chi mangia bene il primo dell’anno mangia bene tutto l’anno!». 

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Ammartare su Marte

Ho appena sentito “ammartare” in merito all’imminente atterraggio su Marte della sonda ExoMars. Non avevo mai pensato a quanto mi sarebbe suonato strano un verbo del genere, eppure non fa una piega. Proprio per questo ho deciso di portarmi avanti col lavoro: aggiovare, avvenerare, assaturnare, ammercuriare, auraniare, annettunare.

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La “via crucis” del ferro vecchio

Quelli della “raccolta ferro vecchio” – che adesso riparano anche “ombrelli, fornelli e coltelli da prosciutto” (perché l’arrotino che “toglie il fumo dalla cucina” non ce l’ho più) – non si fermano col furgoncino: passano e sfilano con la loro cantilena. E poi, che fine fanno? Almeno prevedessero delle stazioni di sosta lungo un itinerario prestabilito – a mo’ di via crucis – così uno saprebbe dove trovarli; altrimenti come si fa a contattarli? Non c’è un telefono, un sito internet… Io ad esempio vorrei sapere quanto mi costerebbe riparare un ombrello – il manico è buono, sta bene, ci sarebbe solo una stecca da sostituire – “ma no, fai prima a comprarlo nuo…” vabbè ce vojo prova’, me vojo impiccia’, vojo vede’, sape’, senti’ che me dice – . Ma uno che deve fare? Si prepara in tuta da ginnastica, in assetto da bungee jumping, e appena sente l’annuncio del megafono si lancia dal balcone?

E non voglio l’ombrellaio del negozio, voglio proprio fermare il furgone – “faresti comunque prima a comprarne uno nuovo, e risparmieresti pure!” Aridaje.

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Geometria di periferia

C’era un gioco per bambini – anzi lo producono ancora – in cui si doveva mettere una forma dentro un’altra corrispondente: il cerchio nel cerchio, il quadrato nel quadrato e così via.

Oggi ne esistono persino delle varianti con la frutta, le automobili o gli animali, ma il principio logico resta sempre lo stesso: se la forma non c’entra bisogna cambiarla, sceglierne un’altra. Il puzzle ad incastri non bara e non si può ingannare, è un sistema che non si può forzare, ci si deve adattare.

Eppure qualcuno quel gioco non deve averlo provato, o forse non l’ha capito; tuttavia è cresciuto con quella lacuna, è diventato grande, è arrivato davanti al bidone della spazzatura e l’ha ostruito con un secchio giallo. Avrà pensato “Questa la so: il cerchio nel cerchio! È facile!” Sì, ma ridurre l’ingombro era il passo successivo, la prova del nove, più per meno uguale meno, una formula che ricordi e non sai nemmeno perché.

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Roma (Centocelle). Un secchio di plastica incastrato nel foro del bidone per la raccolta della plastica e del metallo.

 

 

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Where are you Froome?

Every July, in France, a cyclist wakes up. He knows he must run faster than the slowest motorbike or he will tumble. It doesn’t matter “where are you Froome”, when the stage begins, you’d better be running.

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Chris Froome (afp)

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Anticorpi

Scaduti i tempi supplementari arrivano i rigori: Neuer e Buffon si sono già tuffati a destra e a sinistra – la loro abilità e l’avventatezza dei tiratori fanno esaurire la cinquina senza un verdetto definitivo. Si va a oltranza. Adesso è il turno del calciatore tedesco con la maglia numero 17. Jérôme Agyenim Boateng (Berlino Ovest, 1988) si sistema il pallone sul dischetto e, mentre indietreggia, qualcuno fuori dallo schermo, defilato, seduto qualche posto più in là, comincia a ululare un coro sgraziato simile al verso delle scimmie. Scende il silenzio, per un attimo si sentono solo tante “u” sguaiate una di fila all’altra. In molti si distraggono e non guardano più la partita bensì la fonte di quel rumore, perché di disturbo si tratta. Boateng prende la rincorsa, Buffon affonda i tacchetti – per un piede che sceglie un angolo, due ginocchia gli lanciano sguardi furtivi, un corpo proteso e mani leste che non bastano. È gol. Intanto il figlio dei lupi è stato ammonito con gli sguardi, qualcuno gli si avvicina, altri vorrebbero un cartellino rosso, ma c’è la partita, altri rigori – vorremmo solo che capisse – ma lui continua a ringhiare, cambia posto, gira su sé stesso, si dimena tra il vento, senza direzione: la metamorfosi è completa ma non è contagiosa. Non fa proseliti, il suo coro resta un assolo, la partita finisce: hanno vinto gli anticorpi.

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