vita quotidiana

Pesa l’attesa

A volte penso che le sale di attesa siano dei set cinematografici allestiti per qualche ricerca sociale:

chi telefona e rassicura i familiari – “Ahó, qui è ‘na cosa lunga, n’m’apetta’ pe’ pranzo” (‘Ehi, qui sarà necessario aspettare del tempo, non aspettarmi per il pranzo’); chi parla col vicino appena conosciuto – “Scusi anche lei è qui per. . .”; chi rompe il silenzio solo per lamentarsi dell’inefficienza del servizio – “Ma te pare possibile? Ma dico io, come si fa?”; chi telefona e rassicura i familiari – “Ahó, qui è ‘na cosa lunga, n’m’apetta’ pe’ pranzo” (‘Ehi, qui sarà necessario aspettare del tempo, non aspettarmi per il pranzo’); chi parla col vicino appena conosciuto – “Scusi anche lei è qui per. . .”; chi rompe il silenzio solo per lamentarsi dell’inefficienza del servizio – “Ma te pare possibile? Ma dico io, come si fa?”;

Che poi questo salone è davvero imbarazzante: perché appena arrivi e vai a chiedere informazioni: ti domandano cosa devi fare, tu rispondi, loro ripetono ad alta voce. Poi ti chiedono il cognome, tu rispondi e loro lo ripetono ad alta voce. In pratica manco sei arrivato che tutti sanno i fatti tuoi e come ti chiami. Mi siedo da una parte. Zitto.

La sfilata di chi attende insieme a me vede gente col portatile – ottima idea – e chi incuriosito legge dei regolamenti scritti in arabo e cinese. Ognuno si è dato un compito: senza che ci fosse richiesto abbiamo cominciato ad occuparci di qualcosa, in totale autonomia. Io sono stato il pioniere nel capire come funzionassero i distributori automatici. Era evidente che avessimo fame – dopo ore che stavamo lì. Ma il distributore era un mostro a tre ante, con vari ingressi per inserire le monete e ben tre diverse pulsantiere. Insomma, “questo me frega i sordi” (‘questa macchina mi ruba i soldi’) era il sentire comune. Io però avevo così fame, ed ero così impaziente, che la fame, la tigna e una moneta da due euro – sì, me la sono rischiata subito forte – qualcosa me l’hanno fatta rimediare. Dopo di me, un signore si è subito accodato; credo che abbia sbagliato qualcosa, perché dopo la caduta delle monete sono seguite frenetiche digitazioni sui pulsanti, poi il silenzio, una lunga pausa, lo sguardo che ritornava su una fila di prodotti prima scartati, un ripetuto beep elettronico e il tonfo dell’erogazione del prodotto. Se ne è tornato al suo posto con una mesta bottiglietta di acqua liscia. È evidente, il minimo che avrebbe voluto prendersi sarà stata una Coca Cola – che dell’acqua è il principale competitor – e si vede che questi sorsi naturali non gli vanno proprio giù. Nel frattempo, la signora accanto a me borbotta fra sé, con tono sommesso ma riconoscibile, che lei sta qui dalle dieci di stamattina. Allora un altro le risponde che lui era persino venuto mercoledì scorso ma che poi era dovuto tornare al lavoro. Eccolo lì, il popolo che si conta e si coalizza: stanno sicuramente meditando una class action. Oppure si studiano, per capire chi avrà la meglio sull’altro alla fine di questa lunga attesa. Perché il tempo passa, le merendine si scartano, le sigarette fumano, le telefonate si susseguono, i giga di internet si consumano, ma questa attesa dura come i tempi supplementari dei mondiali di calcio. Attenzione! Un drappello di cinque persone lo spediscono al secondo piano. Tutti! Chi arriva adesso lo rimandano a casa, “Domani nove dodisci signo’, ma n’ze presenti ae undisci e mezza che sinnò a rimannamo via”, ossia, ‘Passi domani, siamo aperti al pubblico dalle nove alle dodici, mi raccomando però, non si presenti all’ultimo minuto perché se ci fosse molta gente saremmo costretti a mandarla via un’altra volta’. A me, una volta, per il primo esame di latino mi hanno fatto tornare due volte. Proprio adesso urlano il mio cognome e quello della signora accanto, è lei “quella delle dieci” e prontamente ribadisce il suo disappunto per telefono, ma stavolta in dialetto romanesco “Eh, che ne so? Sso qui da’ e diesci de ssammadina! J’amo fatta! Te saluto, se sentimo dopo”, tradotto, ‘Ah, finalmente, cominciavo a domandarmi quando mi avrebbero chiamata – dal momento che – mi sono presentata in questi uffici alle dieci di questa mattina! Ti saluto, a più tardi’. Ecco, adesso è il turno mio e della signora, che scatta come una gazzella. Distinta, decisa, armata di magrezza e presta molto, non teme l’altezza dei due piani di scale. Io impiego un tempo biblico per mettere via lo smartphone e buttare le carte delle merendine senza glutine. In due ore non ho fatto veramente niente. Mi avvio, richiedo il piano – per sicurezza – mi richiedono il cognome e lo riurlano ad alta voce, ma ormai ci sono solo io, è come una marcia trionfale. Dunque salgo, mi presento – e tre! – mi siedo, sbrigo la pratica e mi congedo.

La morale di questa storia è che la signora “delle dieci di mattina” – ormai assurta a Giovanna D’Arco di un’Italia che non ne può più di aspettare – mi ha visto andar via prima di lei. C’era un’invidia malcelata sul suo volto, un’aria interrogativa del tipo – “Ma come proprio io che. . . ? E invece lui. . .” – ma anche un’amorevole indulgenza nei miei confronti, non era certo colpa mia se io avevo finito prima di lei, pur essendo arrivato molto dopo di lei. Sono rimasto umile e mi sono defilato. Con la coda dell’occhio l’ho vista aggiustarsi sulla sedia, sconfitta, rassegnata ma con rinnovata gentilezza di circostanza per chi la stava servendo al di là della scrivania.

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La sciabolata morbida

I tralicci dell’alta tensione sopra un campetto malridotto nel parco Giovanni Palatucci, quartiere Tor Tre Teste, periferia est di Roma.

Giugno. Martedì pomeriggio. Alcuni bambini giocano a calcio in un campo da basket di cemento. La palla esce fuori dalle transenne, rotola verso le panchine, praticamente mi viene incontro. “Faccio un contro cross, morbido, e la ributto nel mucchio” – penso, almeno diamo un senso a questi mondiali! “Ma da quanto tempo è che non gioco a calcio? Un po’ la schiena, un po’ la caviglia… – chi se ne frega, dai tira! E infatti tiro.

Due passetti, carico il destro e faccio partire la sciabolata morbida – che tutti ormai sanno cos’è. La palla si allontana da me; mentre vola, morbida, a palombella, si avvita su sé stessa.

“Ma guarda che cross! Avrei potuto giocarli almeno io questi mondiali? – niente, nessuna esultanza, non mi ha visto nessuno, solo i bambini che mi restituiscono un “Grazie signore!”. – Signore a me? – ferito nell’orgoglio mi allontano, torno al locale a cui ero diretto.

Sta per iniziare la presentazione di un libro, è quasi ora, io incedo, penso a come sarà il libro, a quanto durerà l’evento – ho quasi fame – al bel cross che ho fatto, forse un po’ corto – in effetti l’avevo pensato più profondo mentre calciavo la palla. Ma sì, sarà stata la resistenza dell’erba.

E solo allora penso all’erba, alle scarpe che indossavo, al colore dell’erba, al colore delle mie scarpe, alla certa attenzione che avevo messo nel vestirmi…e il risultato è stato avere una scarpa mimetica e una no.

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Le luminarie di Centocelle

le luminarie di Centocelle3

Una delle bellezze del mio quartiere è la luce. Palazzi bassi che di giorno non ti opprimono, e d’inverno, la sera, si acchittano per il Natale. Acchittarsi – che significa ‘vestirsi in modo elegante, ricercato; agghindarsi; o più semplicemente farsi belli’ – per passeggiare in via dei castani è un’usanza abbastanza comune, la osservano sia le persone che le strade.

Non dico di Roma – perché ancora non la conosco tutta, e perché Roma cambia ogni giorno – ma forse abbiamo le luminarie più belle della periferia. Sono di parte, ovviamente.

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La sentenza dell’Epifania

C’è un proverbio popolare secondo cui la festa dell’Epifania, giorno in cui Cristo si sarebbe manifestato ai Re Magi, è l’ultima del calendario liturgico:

“L’Epifania tutte le feste si porta via”.

Più semplicemente per me da bambino significava che le vacanze di Natale erano finite, sarebbe ricominciata la scuola, e che da lì alla prossima sosta avrei dovuto aspettare fino a Pasqua – chissà quando, e comunque troppo breve rispetto al Natale – tanto valeva rassegnarsi e guardare a giugno.

Poi ho iniziato l’università e il Natale, giugno e agosto divennero i mesi a ridosso degli esami. Ho fatto un passo ulteriore: sono diventato uno studente fuori corso (uno di zona ormai). Quindi «sempre»  è diventato il momento buono per pensare di dare al più presto un esame – lo era anche prima, ma dopo sentivo più insoddisfazione che sollievo.

E va bene, siccome ci sarà sempre una scadenza ed è sano riprendere fiato quando si può, io, che sono ancora fuori corso, ho controllato il calendario di quest’anno e Pasqua ci sarà a metà aprile. È tantissimo tempo!

Roma (Centocelle). L’autobus 450 percorre una via dei castani semi deserta con -2°.

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Il primo dell’anno 

​C’è un proverbio italiano secondo cui fare una cosa il primo gennaio è un auspicio a ripetere quell’azione durante l’anno che è appena iniziato. Va bene con qualunque cosa, sia positiva che negativa: divertirsi, dormire, ma anche arrabbiarsi, dormire male, avere la febbre. Quindi attenzione! La scaramanzia ci porta a vivere nel miglior modo possibile il primo dell’anno. Io ho scelto di preparare una gustosa colazione, proprio per cominciare nel migliore dei modi, e quindi dirò:

«Chi mangia bene il primo dell’anno mangia bene tutto l’anno!». 

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Ammartare su Marte

Ho appena sentito “ammartare” in merito all’imminente atterraggio su Marte della sonda ExoMars. Non avevo mai pensato a quanto mi sarebbe suonato strano un verbo del genere, eppure non fa una piega. Proprio per questo ho deciso di portarmi avanti col lavoro: aggiovare, avvenerare, assaturnare, ammercuriare, auraniare, annettunare.

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La “via crucis” del ferro vecchio

Quelli della “raccolta ferro vecchio” – che adesso riparano anche “ombrelli, fornelli e coltelli da prosciutto” (perché l’arrotino che “toglie il fumo dalla cucina” non ce l’ho più) – non si fermano col furgoncino: passano e sfilano con la loro cantilena. E poi, che fine fanno? Almeno prevedessero delle stazioni di sosta lungo un itinerario prestabilito – a mo’ di via crucis – così uno saprebbe dove trovarli; altrimenti come si fa a contattarli? Non c’è un telefono, un sito internet… Io ad esempio vorrei sapere quanto mi costerebbe riparare un ombrello – il manico è buono, sta bene, ci sarebbe solo una stecca da sostituire – “ma no, fai prima a comprarlo nuo…” vabbè ce vojo prova’, me vojo impiccia’, vojo vede’, sape’, senti’ che me dice – . Ma uno che deve fare? Si prepara in tuta da ginnastica, in assetto da bungee jumping, e appena sente l’annuncio del megafono si lancia dal balcone?

E non voglio l’ombrellaio del negozio, voglio proprio fermare il furgone – “faresti comunque prima a comprarne uno nuovo, e risparmieresti pure!” Aridaje.

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Geometria di periferia

C’era un gioco per bambini – anzi lo producono ancora – in cui si doveva mettere una forma dentro un’altra corrispondente: il cerchio nel cerchio, il quadrato nel quadrato e così via.

Oggi ne esistono persino delle varianti con la frutta, le automobili o gli animali, ma il principio logico resta sempre lo stesso: se la forma non c’entra bisogna cambiarla, sceglierne un’altra. Il puzzle ad incastri non bara e non si può ingannare, è un sistema che non si può forzare, ci si deve adattare.

Eppure qualcuno quel gioco non deve averlo provato, o forse non l’ha capito; tuttavia è cresciuto con quella lacuna, è diventato grande, è arrivato davanti al bidone della spazzatura e l’ha ostruito con un secchio giallo. Avrà pensato “Questa la so: il cerchio nel cerchio! È facile!” Sì, ma ridurre l’ingombro era il passo successivo, la prova del nove, più per meno uguale meno, una formula che ricordi e non sai nemmeno perché.

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Roma (Centocelle). Un secchio di plastica incastrato nel foro del bidone per la raccolta della plastica e del metallo.

 

 

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Anticorpi

Scaduti i tempi supplementari arrivano i rigori: Neuer e Buffon si sono già tuffati a destra e a sinistra – la loro abilità e l’avventatezza dei tiratori fanno esaurire la cinquina senza un verdetto definitivo. Si va a oltranza. Adesso è il turno del calciatore tedesco con la maglia numero 17. Jérôme Agyenim Boateng (Berlino Ovest, 1988) si sistema il pallone sul dischetto e, mentre indietreggia, qualcuno fuori dallo schermo, defilato, seduto qualche posto più in là, comincia a ululare un coro sgraziato simile al verso delle scimmie. Scende il silenzio, per un attimo si sentono solo tante “u” sguaiate una di fila all’altra. In molti si distraggono e non guardano più la partita bensì la fonte di quel rumore, perché di disturbo si tratta. Boateng prende la rincorsa, Buffon affonda i tacchetti – per un piede che sceglie un angolo, due ginocchia gli lanciano sguardi furtivi, un corpo proteso e mani leste che non bastano. È gol. Intanto il figlio dei lupi è stato ammonito con gli sguardi, qualcuno gli si avvicina, altri vorrebbero un cartellino rosso, ma c’è la partita, altri rigori – vorremmo solo che capisse – ma lui continua a ringhiare, cambia posto, gira su sé stesso, si dimena tra il vento, senza direzione: la metamorfosi è completa ma non è contagiosa. Non fa proseliti, il suo coro resta un assolo, la partita finisce: hanno vinto gli anticorpi.

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