La sciabolata morbida

Giugno. Martedì pomeriggio. Alcuni bambini giocano a calcio in un campo da basket di cemento. La palla esce fuori dalle transenne, rotola verso le panchine, praticamente mi viene incontro. “Faccio un contro cross, morbido, e la ributto nel mucchio” – penso, almeno diamo un senso a questi mondiali! “Ma da quanto tempo è che non gioco a calcio? Un po’ la schiena, un po’ la caviglia… – chi se ne frega, dai tira! E infatti tiro.

Due passetti, carico il destro e faccio partire la sciabolata morbida – che tutti ormai sanno cos’è. La palla si allontana da me; mentre vola, morbida, a palombella, si avvita su sé stessa.

“Ma guarda che cross! Avrei potuto giocarli almeno io questi mondiali? – niente, nessuna esultanza, non mi ha visto nessuno, solo i bambini che mi restituiscono un “Grazie signore!”. – Signore a me? – ferito nell’orgoglio mi allontano, torno al locale a cui ero diretto.

Sta per iniziare la presentazione di un libro, è quasi ora, io incedo, penso a come sarà il libro, a quanto durerà l’evento – ho quasi fame – al bel cross che ho fatto, forse un po’ corto – in effetti l’avevo pensato più profondo mentre calciavo la palla. Ma sì, sarà stata la resistenza dell’erba.

E solo allora penso all’erba, alle scarpe che indossavo, al colore dell’erba, al colore delle mie scarpe, alla certa attenzione che avevo messo nel vestirmi…e il risultato è stato avere una scarpa mimetica e una no.

 

La sciabolata morbida-01

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Le luminarie di Centocelle

Una delle bellezze del mio quartiere è la luce. Palazzi bassi che di giorno non ti opprimono, e d’inverno, la sera, si acchittano per il Natale. Acchittarsi – che significa ‘vestirsi in modo elegante, ricercato; agghindarsi; o più semplicemente farsi belli’ – per passeggiare in via dei castani è un’usanza abbastanza comune, la osservano sia le persone che le strade.

Non dico di Roma – perché ancora non la conosco tutta, e perché Roma cambia ogni giorno – ma forse abbiamo le luminarie più belle della periferia. Sono di parte, ovviamente.

le luminarie di Centocelle3

 

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La sentenza dell’Epifania

C’è un proverbio popolare secondo cui la festa dell’Epifania, giorno in cui Cristo si sarebbe manifestato ai Re Magi, è l’ultima del calendario liturgico:

“L’Epifania tutte le feste si porta via”.

Più semplicemente per me da bambino significava che le vacanze di Natale erano finite, sarebbe ricominciata la scuola, e che da lì alla prossima sosta avrei dovuto aspettare fino a Pasqua – chissà quando, e comunque troppo breve rispetto al Natale – tanto valeva rassegnarsi e guardare a giugno.

Poi ho iniziato l’università e il Natale, giugno e agosto divennero i mesi a ridosso degli esami. Ho fatto un passo ulteriore: sono diventato uno studente fuori corso (uno di zona ormai). Quindi «sempre»  è diventato il momento buono per pensare di dare al più presto un esame – lo era anche prima, ma dopo sentivo più insoddisfazione che sollievo.

E va bene, siccome ci sarà sempre una scadenza ed è sano riprendere fiato quando si può, io, che sono ancora fuori corso, ho controllato il calendario di quest’anno e Pasqua ci sarà a metà aprile. È tantissimo tempo!

Roma (Centocelle). L’autobus 450 percorre una via dei castani semi deserta con -2°.

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Il primo dell’anno 

​C’è un proverbio italiano secondo cui fare una cosa il primo gennaio è un auspicio a ripetere quell’azione durante l’anno che è appena iniziato. Va bene con qualunque cosa, sia positiva che negativa: divertirsi, dormire, ma anche arrabbiarsi, dormire male, avere la febbre. Quindi attenzione! La scaramanzia ci porta a vivere nel miglior modo possibile il primo dell’anno. Io ho scelto di preparare una gustosa colazione, proprio per cominciare nel migliore dei modi, e quindi dirò:

«Chi mangia bene il primo dell’anno mangia bene tutto l’anno!». 

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Ammartare su Marte

Ho appena sentito “ammartare” in merito all’imminente atterraggio su Marte della sonda ExoMars. Non avevo mai pensato a quanto mi sarebbe suonato strano un verbo del genere, eppure non fa una piega. Proprio per questo ho deciso di portarmi avanti col lavoro: aggiovare, avvenerare, assaturnare, ammercuriare, auraniare, annettunare.

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La “via crucis” del ferro vecchio

Quelli della “raccolta ferro vecchio” – che adesso riparano anche “ombrelli, fornelli e coltelli da prosciutto” (perché l’arrotino che “toglie il fumo dalla cucina” non ce l’ho più) – non si fermano col furgoncino: passano e sfilano con la loro cantilena. E poi, che fine fanno? Almeno prevedessero delle stazioni di sosta lungo un itinerario prestabilito – a mo’ di via crucis – così uno saprebbe dove trovarli; altrimenti come si fa a contattarli? Non c’è un telefono, un sito internet… Io ad esempio vorrei sapere quanto mi costerebbe riparare un ombrello – il manico è buono, sta bene, ci sarebbe solo una stecca da sostituire – “ma no, fai prima a comprarlo nuo…” vabbè ce vojo prova’, me vojo impiccia’, vojo vede’, sape’, senti’ che me dice – . Ma uno che deve fare? Si prepara in tuta da ginnastica, in assetto da bungee jumping, e appena sente l’annuncio del megafono si lancia dal balcone?

E non voglio l’ombrellaio del negozio, voglio proprio fermare il furgone – “faresti comunque prima a comprarne uno nuovo, e risparmieresti pure!” Aridaje.

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Geometria di periferia

C’era un gioco per bambini – anzi lo producono ancora – in cui si doveva mettere una forma dentro un’altra corrispondente: il cerchio nel cerchio, il quadrato nel quadrato e così via.

Oggi ne esistono persino delle varianti con la frutta, le automobili o gli animali, ma il principio logico resta sempre lo stesso: se la forma non c’entra bisogna cambiarla, sceglierne un’altra. Il puzzle ad incastri non bara e non si può ingannare, è un sistema che non si può forzare, ci si deve adattare.

Eppure qualcuno quel gioco non deve averlo provato, o forse non l’ha capito; tuttavia è cresciuto con quella lacuna, è diventato grande, è arrivato davanti al bidone della spazzatura e l’ha ostruito con un secchio giallo. Avrà pensato “Questa la so: il cerchio nel cerchio! È facile!” Sì, ma ridurre l’ingombro era il passo successivo, la prova del nove, più per meno uguale meno, una formula che ricordi e non sai nemmeno perché.

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Roma (Centocelle). Un secchio di plastica incastrato nel foro del bidone per la raccolta della plastica e del metallo.

 

 

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